Peter Hook: l’uomo che visse tre volte

Domenica 9 aprile sono stata all’Estragon per il concerto di Peter Hook & the Light.

Peter Hook è oggi un arzillo sessantenne che ha attraversato, reinventandosi, gli ultimi quarant’anni della storia della musica Rock, New Wave, Alternative.

Fu il bassista e il fondatore di una band che, con solo due album in studio, segnò la musica, inglese prima e internazionale poi, a cavallo tra gli anni settanta e ottanta: i Joy Division.

I Joy Division diventarono famosi per i loro testi malinconici, che trasudano male di vivere e per il loro suono veloce e cadenzato. Fu una band che diede voce a tutta una frangia di giovani “contro”, che non si rispecchiavano in quello che era presente sulla piazza in Inghilterra in quel momento e che andava ormai esaurendosi, ovvero il Punk Rock.

Sono cristallizzati nell’immaginario collettivo come una band iconica, che avrebbe potuto dare ancora molto alla musica se il suo leader Ian Curtis, che era epilettico e soffriva di una profonda depressione, non si fosse suicidato a 23 anni il 18 maggio del 1980.

Credo che la generazione di quelli nati nei primi anni ’80, sia l’ultima ad aver davvero ascoltato i Joy Division rubandone i dischi ai fratelli maggiori. Quelli che, in una giovinezza priva di social network dove postare frasi depresse sul senso della vita, si sono chiusi in cameretta e rifugiati nell’ascolto in loop di Love will Tear Us Apart per superare un amore finito.

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Io li ho scoperti un po’ più tardi in realtà grazie ad un amico loro fan. D’altronde sono figlia unica e priva quindi di fratelli a cui rubare dischi

Oggi i Joy Division sono stati sdoganati alle masse anche grazie alla pagina facebook “vedo la gente Joy Division” (www.facebook.com/vedolagentejoydivision) che mi fa morire dal ridere e che prende in giro la moda di “essere scontenti e depressi senza apparente motivo ma che fa figo così paio una persona profonda” e per la loro iconica maglietta con la copertina di Unknown Pleasures stampata sopra, amata anche da star internazionali come Kristen Stewart

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foto dalla pagina fb “Vedo la gente Joy Division”

e il Maestro Yoda

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foto dalla pagina fb “Vedo la gente “Joy Division”

Dopo il suicidio di Ian Curtis il Nostro, con i superstiti del gruppo, fonda i New Order… e qui rischio di dilungarmi perché i New Order sono un gruppo che mi piace molto, ma evito per non andare fuori tema.

Mi limito a dire che i New Order abbandonano lo stile dei Joy Divison e riempiono la loro musica di sintetizzatori e batterie elettroniche.

Sono certa che tutti conoscano almeno un pezzo del New Order ovvero Blue Monday che, ne sono altrettanto certa, almeno un vostro amico ha postato su facebook in  un qualche lunedì di hangover post week end. E’ questo qui:

Successo planetario dei New Order e nel 2007 Peter lascia, abbandona il gruppo per divergenze con la band e ciao a tutti è stato bello.

Ora, io dopo aver fatto parte di un gruppo la cui carriera e fama sono state stroncate sul nascere dal suicidio del leader, dopo aver formato una band altrettanto di successo e averla abbandonata a causa dei continui scazzi con gli altri membri, un filo mi sarei abbattuta, avrei pensato di cambiare strada, di vivere di bei ricordi i miei 60 anni sul viale del tramonto…ma lui no.

Lui risale la china ed eccocelo qui! Cavalcando un po’ la fama passata e l’aura mitica che lo circonda, Peter è ancora tra di noi con il suo progetto: la band Peter Hook & The Light, con la quale porta in tour canzoni dei due mitici gruppi.

Nulla di nuovo da ascoltare dunque ma mi preoccupa una cosa: speriamo di non rimanere delusi perché il paragone con le versioni originali di 20-30 anni fa rischia di essere impietoso.

Ma veniamo al concerto.

Sono all’Estragon con un mio amico che, per questione di privacy, chiameremo Luke (perché somiglia a Luke di “Una mamma per amica”)

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e che ha tatuata sul braccio la frase “Love will tear us apart”…un vero fan quindi.

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Il pubblico in realtà non è, numericamente parlando, proprio quello dei grandi eventi –  lo nota anche lui che, scherzando, dice che è la domenica delle Palme e che quindi molti suoi fan saranno probabilmente in Chiesa – ma è molto vario. Ci sono i 40/50 enni un po’ nostalgici che cantano tutte le canzoni e fissano il palco con lo sguardo che: “belli i miei tempi, che musica ai miei tempi” e ci sono i 20/30 enni (noi) sempre più incuriositi e affascinati da una musica che non è nostra contemporanea e che fissiamo il palco con lo sguardo che: “belli quei tempi, che musica quei tempi”…con varie disgressioni del tipo: “ma ti rendi conto che i Thegiornalisti/I Negramaro/ i Modà riempiono i club e questo concerto è passato sotto tono?”. Questa riflessione è di Luke ma io la condivido.

All’inizio io e Luke eravamo dubbiosi sulla scelta del gruppo di dividere il concerto in due parti: la prima dedicata ai New Order e la seconda ai Joy Division…perché una divisione così netta? Non si rischia di non coinvolgere una parte di pubblico a seconda della parte di scaletta che si sta eseguendo?

Poi, quando ormai ci si avvicinava ad una degna conclusione con Love will tear us apart, abbiamo convenuto che la scelta è stata giusta. Così come la prima parte era un tripudio di sintetizzatori e relativamente poco cantata, la seconda è stata invece meno “distorta” nel suono e con un cantato di Peter che di certo è un grande bassista ma che come cantante non è affatto male.

La temuta suddivisone dei fan più integralisti dell’uno o dell’altro gruppo non c’è stata ed ho visto solo amanti della buona musica, quella che ti coinvolge, ti diverte, ti porta indietro nel tempo e non passa mai di moda

Annullata anche la paura del paragone con le versioni originali perché in realtà quello che abbiamo ascoltato era qualche cosa di nuovo, con uno spirito nuovo e la volontà di non far sfiorire quei pezzi magnifici con il passare dei decenni, ricordandosi però da dove tutto è partito. Ed è così che, prima di Atmosphere, Peter omaggia Ian Curtis con un pensiero: “Questa è dedicata ad Ian” ed inserisce in scaletta la strumentale Incubation, pezzo privo di parole perché Ian Curtis morì prima di poterne scrivere il testo. Questa chicca mi è stata riferita da Luke che commenta: “sarebbe stata una gran canzone”.

Torniamo a casa dopo 31 canzoni, dopo aver ascoltato bella musica, contenti e con negli occhi la panza di Peter che a fine concerto si toglie la maglietta…un giovane!

D’altronde, come mi ha giustamente fatto notare l’amico Luke:

“non sei giovane a seconda degli anni che hai, ma per quello che fai nella vita”

P.S.

I miei complimenti vanno anche al figlio di Peter Hook, con lui sul palco a suonare lo stesso strumento del padre. No amico guarda, ti volevo dire “bravo, grande coraggio per non soffrire del complesso di inferiorità da padre famoso…addirittura ci suoni insieme tutte le sere. Io al posto tuo avrei fatto l’avvocato.”

Questa la scaletta del concerto.

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