Un minuto di casino

Ho pensato a lungo se fosse o meno il caso di scrivere sull’attentato a Manchester e su come il terrorismo possa in qualche modo condizionare i comportamenti di chi va a sentire musica dal vivo.

Ho iniziato questo post e poi l’ho cancellato. Ho riscritto e nuovamente cancellato. Ho deciso di trattare un altro argomento e poi sono tornata sui miei passi. Ho chiesto consiglio  ad amici e parenti: “ma secondo te…lo scrivo?”

Il problema, con un fatto del genere, è di scivolare, volente o nolente, in un vortice di banalità e superficialità. E’ complesso, pieno di sfumature che toccano argomenti come la libertà personale, la quotidianità di ognuno, la paura, la diffidenza, la pietà collettiva fino ad arrivare a macro tempi da politica estera: l’ISIS, la sicurezza internazionale, ecc. ecc.

Capirete come i presupposti sono alquanto impegnativi per una che scrive un blog per cazzeggiare e inoltre, volevo evitare che questo post fosse una trafila di fatti buttati li…che per questo ci sono i quotidiani. Qui parliamo di musica e vita di tutti i giorni.

BINGO

Musica e vita di tutti i giorni…allora io cambio presupposto. Parlo di me. Di quello che mi è successo e di come ho vissuto e percepito i terribili fatti che sono accaduti.

A me piace tantissimo andare ai concerti. Ci spendo dei bei di soldi e, ultimamente, con tutto stò casino del secondary ticketing ci perdo anche pezzi di fegato vista la bile e gli incazzi che ho preso per concerti a cui non sono potuta andare perché quei maledetti bagarini devono sparire perché la musica non può essere solo per quelli che possono pagare 1000 euro per un biglietto dei Coldplay maledetti voi che speculate così sulla musica è orrendo me la pagherete andrete all’inferno…STO DIVAGANDO.

Dicevo: per andare ai concerti, visto l’attuale costo medio dei biglietti (non proprio popolare) e visto l’impegno anche mentale e di tempo che l’acquisto di tali biglietti richiede, io faccio qualche sacrificio.

Per me il concerto è un evento catartico. Mi sfogo, mi rilasso, per due ore non penso a niente, mi mette allegria e mi porto a casa sempre una carica positiva.

Il 13 novembre 2015 io ero a Bologna a sentire i Foo Fighters. L’evento si preannunciava entusiasmante anche perché Dave e soci erano reduci da un concerto il giorno prima a Cesena dove avevano suonato per i musicisti e i supporter che avevano partecipato al Rockin’1000 (che, per chi nel Mondo ancora non lo sapesse, è stato l’evento dove 1000 musicisti hanno suonato Learning to Fly per chiedere ai Foo Fighters di esibirsi a Cesena…e la band ha risposto alla richiesta e non si è fatta attendere) quindi si respirava un’aria allegra. Io venivo da un periodo particolarmente stressante e davvero non vedevo l’ora di sentire musica buona  per staccare la spina e rilassarmi.

E infatti non sono stata delusa. Il concerto è stato magnifico e divertente e per quelle due ore e mezza il Mondo è stato fuori. C’era la musica, la gente e io e i miei amici accaldati e contenti.

Poi è finito, si sono accese le luci e abbiamo ripreso in mano i cellulari.

Abbiamo iniziato a leggere su facebook di un attentato terroristico ma non ne avevamo capito né l’entità e né la portata. In macchina abbiamo sentito la radio e abbiamo realizzato cosa stesse succedendo, durante il tragitto pochi commenti…eravamo tutti un po’ scossi.

Arrivata a casa ho acceso la tv e ho visto le immagini tremende e sentito il numero dei morti e le circostanze.

La sera del 13 novembre 2015, al Bataclan di Parigi, morirono 93 ragazzi che erano lì ad ascoltare un concerto degli Eagles of Death Metal. Io in quelle stesse ore ero ad un concerto e gli Eagles of Death Metal li avevo ascoltati a Bologna pochi mesi prima.

E’ stata la prima volta in assoluto che mi sono sentita toccata e minacciata nella mia quotidianità.

Purtroppo siamo quasi assuefatti all’orrore, ci dispiacciamo, ne parliamo, commentiamo, ma sembrano sempre cose lontane da noi e dal nostro vissuto. Eppure abbiamo sentito varie e terribili notizie di bombe e attentati ma io, un po’ perché sono fatalista, un po’ perché, purtroppo contro queste cose non si sa come difendersi, non mi ci sono mai fermata a riflettere seriamente e ad analizzare la situazione. Erano tragedie che andavano “oltre” me.

Poi dopo il Bataclan ho iniziato a realizzare che “oltre” me c’è tutto un Mondo e che in questo Mondo io ci vivo, ci cammino, ci ascolto la musica. Io ero una ragazza che era andata ad ascoltare musica  come una degli altri 93 ragazzi che erano andati ad ascoltare musica…la parola “oltre” non significa una mazza.

Ho iniziato ad avere timore di andare ad un concerto qualche tempo dopo. Più che timore era un leggero senso di disagio. Ero andata sentire i The Cure con alcune amiche, all’ingresso ci hanno fatto aprire le borse per verificare che non avessimo oggetti contundenti con noi o bottiglie di acqua con il tappo, hanno fatto lasciare gli zaini fuori dall’ingresso dell’Unipol Arena ma non ci hanno perquisito…ci siamo lamentate perché non ci avevano controllato bene.

Mai mi sono lamentata per una cosa del genere e mai, entrando nel parterre, ho buttato l’occhio a dove fossero le uscite di sicurezza e che faccia avesse il tizio di fianco a me. Ho pensato: “hanno vinto loro”.

Il 23 maggio un kamikaze si è fatto esplodere alla Manchester Arena dopo il concerto di Ariana Grande, causando 22 morti.

Per questa estate ho in programma concerti di artisti stranieri che richiameranno molta gente, mia madre ha iniziato già da ora a dirmi: “stai attenta” (…come già non fosse abbastanza assillante). Ho pensato: “si, hanno proprio vinto loro”.

Dopo l’attentato di Manchester, così come dopo quello al Bataclan, molto si è parlato della sicurezza ai concerti e nei luoghi pubblici. Io non me ne intendo di Intelligence ma credo sia impossibile rendere un concerto sicuro al 100%. Se è possibile fare un controllo capillare di sicurezza su chi entra, con biglietto nominale o metal detector, non è possibile applicare gli stessi controlli nelle zone limitrofe. Come si fa a controllare chi sosta nei luoghi pubblici adiacenti alla zona dell’evento come parcheggi, fermate della metro, fermate dei bus? Come si fa a controllare chi si trova vicino alle file che si creano prima dei controlli all’ingresso? E, nell’ipotesi per assurdo che tutto ciò fosse possibile, non si rischierebbe di rendere i concerti un’esperienze militarizzata, smorzando l’atmosfera di allegria e spensieratezza che caratterizza un evento del genere?

A meno che non si entri in uno stato di dittatura con coprifuoco annesso (cosa neanche lontanamente concepibile) il rischio degli attentati non si può evitare del tutto. Come non si può evitare del tutto di essere colpiti da una tegola mentre si va a comprare le sigarette o essere investiti da un’auto attraversando la strada.

Non voglio essere cruda ma, accanto alla necessità e al dovere dello Stato di elevare i controlli in determinate circostanze (effettivamente ho visto un aumento nei luoghi pubblici di uomini delle forze dell’ordine armate fino ai denti) noi ci dobbiamo mettere la nostra volontà di vivere nel Mondo.

Come cantavano i Pooh: “chi fermerà la musica?” nessuno, nemmeno stì stronzi, e prova ne è che tutti i grandi concerti in programma per l’estate sono Sold Out, segno che i ragazzi si muovono e che la musica continua ad unire.

Mentre pensavo a come scrivere questo post, mi è venuto in mente un monologo di teatro che era all’interno di uno spettacolo messo in scena dalla compagnia di cui facevo parte quando ero al liceo (mamma mia se sono piena di talenti!).

In questo monologo, Nebbia (si…il personaggio si chiamava così……) racconta al pubblico che da piccola era una bambina normale fino a quando, osservando il Mondo e le sue brutture, prese la decisione che sarebbe stata più al sicuro senza uscire mai dal suo quartiere, poi pensò che sarebbe stata ancora più al sicuro se non fosse uscita di casa, poi ragionando, pensò che forse sarebbe stata al riparo da tutto se fosse rimasta nella sua camera ed infine prese la solenne decisione che nessuno l’avrebbe picchiata se non si fosse proprio più alzata dalla sedia.

Dopo lunghi giorni di riflessioni e scervellamenti capì che non era quello il modo giusto di affrontare le cose e così, confida al pubblico: “mi alzai dalla sedia e nessuno mi picchiò! Uscii dalla mia camera e nessuno mi picchiò! Corsi per strada e nessuno mi picchiò!! Allora ho fermato la prima persona che passava…e l’ho picchiata!!!!”.

Ecco, credo che l’atteggiamento giusto sia questo: continuare a vivere con grinta e ascoltare la musica che ci appassiona…nonostante tutto e in barba a tutto!

P.S. In ricordo delle vittime aboliamo il minuto di silenzio…sarebbe meglio il minuto di casino!

Sotto ci sono dei video, semplicemente di canzoni che mi piaciono!.

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