Il Concerto Raccontato. Rossana racconta Nick Cave

Piccola premessa di chi scrive il blog.

Ho sempre pensato che il rapporto che ognuno ha con la musica fosse qualche cosa di molto personale e soggettivo. Sia che esso si esprima attraverso l’ascolto di un disco, la scelta dei brani da inserire nella propria playlist o la decisione di vedere dal vivo un artista.

In questo blog ho sempre parlato delle mie esperienze musicali ma mi incuriosisce anche sapere come gli altri vivono il loro rapporto con la musica, sopratutto quella live. Per questo oggi parte Il Concerto Raccontato, uno spazio dove, chi vorrà, potrà raccontare a me e ai 10 che mi leggono (ciao mamma!) un concerto a cui ha assistito e che gli è piaciuto particolarmente, per trasmettere le proprie impressioni e stati d’animo.

Vuole essere qualche cosa di diverso dalle recensioni che si leggono sui giornali che, per questioni editoriali e di numero di battute, finiscono spesso per diventare una sterile descrizione della scaletta eseguita, o poco più.

Non c’è un limite di spazio, non c’è un limite di argomento: Rock, Metal, Techno, quartetto d’archi, cornamuse celtiche, quello che vi pare. All’insegna della condivisione e per scoprire suggestioni musicali che non conoscevamo.

Si parte con la mia amica Rossana (che ringrazio per essere stata la coraggiosa apripista e per avermi prestato la bella immagine di copertina) e con il suo intenso racconto del concerto di Nick Cave.

Vi lascio alle sue parole.

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Il 6.11.2017 sono andata a sentire Nick Cave al forum di Assago a Milano, e la mia amica Olga mi ha proposto di ospitarmi qui per annoiarvi raccontando quanto mi è piaciuto. Quindi, ecco, io la ringrazio tanto ma sappiate che è tutta colpa sua.

Ho sempre amato molto Nick Cave, e non solo perché è un poeta, ma anche perché lui è uno che nella tristezza ci sta a suo agio, non si lamenta. Anzi, la esalta e ne tira fuori la bellezza (si sa che dalle cose allegre non viene mai fuori niente di profondo, inutile girarci attorno).

Con i Birthday Party ci aveva provato a scuotersi, ma una cosa come i Birthday Party, così rabbiosi, sprezzanti, è qualcosa che non può durare per sempre. E allora me lo immagino Nick, nella sua Berlino Ovest di metà anni 80, si dev’essere accomodato e deve aver pensato: “E allora arrediamolo, sto tunnel”.

[Naturalmente le cose sono molto più complicate di così, ci sono di mezzo droga, dolore, cose perdute, ma non è questa la sede adatta. Dal mio punto di vista basta dire che vedere e ascoltare dal vivo qualcuno che dà voce – la sua – e dignità a dolore e senso di colpa senza cedere mai del tutto il passo a rabbia o impotenza (comunque dignitosissimi) ma al contrario usandoli per celebrare e accogliere qualcosa che di solito si tende a scacciare, ecco, è un’esperienza terapeutica.]

[un’altra premessa è d’obbligo: durante la stesura dell’ultimo album (Skeleton Tree) Nick Cave ha perso il figlio adolescente in un incidente. Trovo un po’ banale ridurre l’album all’evento tragico, perché credo vada molto oltre. È stato detto che fosse una messa in scena del lutto. Io sinceramente penso che l’album trascenda tutto questo per arrivare a una dimensione superiore. Per cui non vedo collegamenti diretti e probabilmente semplicistici. È il mio punto di vista.]

Il concerto si apre con Jesus Alone. Come tutto Skeleton Tree è maestosa, elegante, essenziale, bellissima. “With my voice I’m calling you”, e la sua voce è nitida e limpida e profonda al limite dell’inverosimile, e sembra davvero che speri in una risposta. Insieme alla successiva Magneto è la chiave per aprire la porta e preparare l’atmosfera, per mettersi comodi; ora tutto è denso e cupo e rilassante. Higgs Boson Blues è uno dei gioielli di Push The Sky Away. È un blues morbido e cullante, in cui gli strumenti aumentano gradualmente ma in modo quasi pigro. Sono 8 minuti densi, parlati, “Can you feel my heart beating?”, No, in realtà non sento nemmeno il mio. Non sei affatto preparato quando dal nulla dichiara “I wanna tell you about a girl”. Ormai è tardi, ti ha colto di sorpresa e chi conosce il pezzo sa che tutto sta per precipitare in una voragine di inquietudine. Ed ecco, qui succede il miracolo: From Her to Eternity è come Black Hole Sun per i Soundgarden, come Paranoid per i Black Sabbath (per il resto non mi dilungherò su quello che penso delle “canzoni più famose di un gruppo” per una questione di decenza), insomma è il momento in cui io durante i concerti andrei a chiudermi in bagno o tirerei fuori il lanciafiamme – se me lo avessero fatto passare all’ingresso insieme al tappo della San Benedetto: il momento dei cori del pubblico. Perché quel pezzo lo conoscono tutti, e allora via di urla fuori tempo e gente che impazzisce in modo così scomposto e poco elegante. Insomma, in una parola: l’amarezza. E invece, ecco, niente di tutto questo. Il pubblico conosce bene il pezzo ovviamente, sicuramente lo canta pure, ma è rispettoso, consapevole, e forse anche impietrito dalla maestosità e dalla teatralità dell’esecuzione. Le luci sono perfette e non casuali, il rimando a “Il Cielo sopra Berlino (Wings of Desire)” deve essere voluto perché la sensazione è la stessa, solo che sta succedendo lì, in quel momento. (Nel film prima di suonare il pezzo –che è l’ultimo-  lui pensa “I’m not gonna tell you about the girl”, per poi attaccare come sappiamo. Mi chiedo se lo ha pensato, è stupido ma me lo chiedo perché in questo momento mi piace pensarlo.)

Poi tocca al basso incalzante di Tupelo. “Well Saturday gives what Sunday steals/And a child is born on his brothers heels”: the King is born in Tupelo (!) e ormai la fusione tra Cave, Bad Seeds (impeccabili, sfrenati, perfetti) e pubblico è totale e non c’è nient’altro nel mezzo. Quando si arriva a Jubilee Street sembra quasi che abbiamo dovuto meritarcelo, questa specie di cammino di redenzione che passa attraverso un crescendo emozionante di archi e chitarre, e The Ship Song non fa che dare continuità a tutto questo, traghettandoci verso il punto in cui cadono tutte le difese e rimane lui, voce e piano, a intonare Into My Arms – ovvero il pezzo durante il quale scopri di avere qualcosa di molto simile a un cuore. Perché Into My Arms è una canzone d’amore e insieme una preghiera semplice, chiara, diretta, delicata, indifesa. Probabilmente non è un caso il contrasto tra un pezzo così morbido e bello e la ragazza intrappolata nell’ambra: Girl in Amber è struggente, il cuore che temevi di avere si frantuma in mille pezzi (quindi c’era), la sua voce trasuda dolore e se non piangi è solo perché sei troppo concentrato e perché, diciamocelo, non sarebbe proprio il caso, ecco. Niente cambia con I Need You: Nick è ancora lì che si strugge beato nel modo più poetico della terra e tu navighi nella bellezza, quasi non ti accorgi di The Right Hand perché sei ancora stordito, e senza preavviso ti ritrovi con The Mercy Seat che incalza impietosa: ed è un casino. The Mercy Seat per me è un esempio illustre di come significato, strumenti e struttura del testo si fondano e non siano più scindibili l’uno dall’altro. The Mercy Seat è una canzone che non ha ritornello, non ha strofe, è tutta un incedere ossessivo e incessante come una marcia, c’è della ferocia nel suo essere ripetitiva e nel modo in cui Warren Ellis dà fuoco alle corde del violino, ed è perfettamente in linea con il condannato a morte che sulla sedia elettrica (the mercy seat) sente il proprio corpo e la propria testa bruciare ma non teme di morire.

Con Distant Sky tornano la calma e l’idillio, un po’ ovattate a mio parere (ok, non amo i pezzi a due voci e amo ancora meno i soprani la cui voce mi spezza l’idillio con la profondità del timbro di Nick Cave, ma è molto personale). E poi arriva Skeleton Tree. “I called out/Right across the sea/But the echo comes back in, dear”… Skeleton Tree è un brano che per me ha il pregio di suonare sia sinistro, cupo, che di accettazione. L’ho pensato quando ho ascoltato l’album per la prima volta e ascoltandola dal vivo me ne convinco del tutto.
Il bis è stato più lungo e “vissuto” di quello che mi sarei aspettata. Amo The Weeping Song, non solo per il celebre duetto con l’ex Bargeld, ma anche perché il brano è invaso da lacrime e trovo il testo molto poetico. E qui Mr. Cave fa una cosa incredibile: da una specie di passerella (invisibile. Credo camminasse nel vuoto, sì, dev’essere così) si mischia al pubblico e continua a cantare da lì, con l’unico riflettore puntato su di lui ed esortando tutti a battere le mani a tempo (difficilissimo, non so quando lo capiranno che è una cosa impossibile, impossibile, è anche brutto da sentire, ma vabé, è una battaglia persa, lo so). Questa cosa dura un po’ e io sono sconcertata perché non me lo aspettavo. Così come il gesto di far salire sul palco una parte della gente delle prime file durante la successiva Stagger Lee. Ma è una considerazione personale.

Tutto torna al suo posto finalmente con Push The Sky Away, perla (tra le altre) dell’album omonimo. Non c’è più caos, tutto è vellutato e intenso, è tutto finito, anche se mai veramente a posto. “And some people say it’s just rock and roll”.

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