La carica che ti da un concerto de I Ministri

Breve conversazione su WhatsApp tra me e l’amica Juliette:

Juliette: «Andiamo a sentire i Ministri all’Estragon il 5 aprile

Io: «Si dai, l’ultima volta li ho visti nel 2013 al TPO»

Juliette: «Si! C’ero anche io quella sera! Ma non ho ascoltato quasi niente perché pensavo ad altro. Ero arrabbiata con il tipo che mi piaceva»

Io: «Eh, anche io non ho ascoltato quasi niente…vagavo per il locale cercando il tipo che piaceva a me»

Juliette: «Ok, prendo i biglietti!»

Arriviamo all’Estragon cariche e inauguriamo la serata con una birra media e un coca e rhum che abbiamo poi smaltito velocemente ballando, cantando e sudando.

ministri

i Ministri hanno inciso il loro primo album I soldi sono finiti nel 2006 e fanno parte di tutta quella scena musicale italiana che noi, nati negli anni ’80, siamo riusciti a goderci appieno.

Tutto quel rock che passava da Bologna calcando palchi di piccoli club come il Covo, di location più grandi come l’Estragon o di posti alternativi come il TPO (un Centro Sociale dove si fa musica e cultura) e che vedeva protagonisti i Verdena di Requiem, gli Afterhours di Quello che non c’è, i Subsonica di Terreste, gli Zen Circus, i Tre Allegri Ragazzi Morti e altri ancora.

In quel contesto musicale siamo cresciuti noi e sono cresciuti anche i Ministri. Le loro canzoni, i loro testi, sono sempre stati lo specchio dell’evoluzione (o involuzione) della mia generazione. Da Non mi conviene puntare in alto, a Ballata del lavoro interinale, a Noi Fuori

«Noi fuori dalle grandi speranze, dai loro ingranaggi
Noi fuori
Dalle radio, dalle spiagge, dalle vacche grasse
Fuori dai cortei, dalla burocrazia
Fuori dalle fabbriche, dai musei
Noi fuori
Siamo l’acqua sprecata ai confini dei deserti»

Ma soprattutto….

«Noi Fuori dai concerti con le sedie»

Noi, che comunque abbiamo questa voglia di superarsi e di spingere e di spingere….

Noi che alla fine, nel solco dei trent’anni, ci fidiamo. Tentiamo di abbandonare la rabbia per cercare qualcosa di buono.

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Fidatevi è il nome del nuovo album che portano in tour in questi mesi e che vede come produttore Taketo Gohara, uno che ha prodotto Francesco Motta, Capossela, Brunori Sas, Mauro Pagani, Pier Paolo Capovilla, Mokadelic…giusto per citarne alcuni.

Ma, nonostante il nome trasudi speranza, non è un album allegro. Fidarsi sì ma «Come si fa a restare per sempre al sicuro, a fidarsi e poi fidarsi di nuovo?»,

Alle 22:00 Davide Autelitano, Federico Dragogna, Michele Esposito e altri due musicisti di supporto (Marco Ulcigrai e Anthony Sasso, super bravi) salgono sul palco con le giacche da esercito borbonico che si portano dietro da 12 anni e l’Estragon esplode.

Alla fine lì sopra ci sono una batteria, un basso e ben tre chitarre…e si sentono tutte.

Ed è un concerto rock fatto di grinta e di incazzo e loro, sul palco, sembrano anche divertirsi molto in questa Bologna che sa a memoria i loro testi e che applaude il batterista chiamandolo amichevolmente Michelino mentre Federico, a petto nudo sotto la giacca, salta a destra e a manca suonando la sua chitarra e scuotendo i lunghi capelli bagnati di sudore che pare Dave Grohl. Davide canta con voce cristallina e rauca allo stesso tempo imbracciando il basso che è quasi alto quanto lui e fa stage diving tra le mani alzate ed io e Juliette siamo già innamorate e progettiamo di mollare tutto per diventare le sue groupies.

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Ed è un concerto rock pieno di energia, uno di quelli che ti permette di sfogarti e che ti mette addosso quella carica che rimane appiccicata sulla pelle. Uno di quei concerti che alla fine ti fa pensare che, in fondo, «Sarà sempre meglio, te l’hanno promesso».

Questa la scaletta del concerto:

Spettri
Crateri
Comunque
Idioti
Usami
Un dio da scegliere
Non mi conviene puntare in alto
Spingere
Memoria breve
Tra le vite degli altri
Il bel canto
Tempi bui
Dimmi che cosa

BIS

Fidatevi
Noi fuori
Una palude
Diritto al tetto
Abituarsi alla fine

 

 

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