I Pearl Jam. Finalmente

Capita delle volte, a causa di eventi più o meno dipendenti dalla nostra volontà, di ritrovarsi ad avere con alcuni cantanti o band un conto in sospeso.

Questo conto appare salato quando la vita, attorcigliandosi strettamente con la musica, ci mette davanti a situazioni non semplici da gestire, ad atteggiamenti che ci spiazzano, a debolezze nascoste che si palesano.

Capisco perfettamente come ai più (probabilmente ai sani di mente) possa sembrare esagerato che un concerto possa scatenare un tale turbinio di pensieri ed emozioni, ma sono certa che chi ascolta molta musica dal vivo capisca perfettamente come l’esibizione di una band – sopratutto se si parla della tua band preferita – diventi poi il simbolo di quel preciso momento storico della vita, con tutto quello che ne consegue di ricordi e di pensieri belli e brutti.

I Perl Jam sono stati, per anni, la band del conto in sospeso.

La prima volta che li vidi dal vivo fu a Bologna nel 2006 e ci capitai per caso. Io non li conoscevo ancora benissimo e il biglietto era di mia cugina – loro grandissima fan – che in quei giorni però fu spedita per lavoro in Sardegna e al suo posto ci andai io. Chiaramente fu amore a prima nota.

In quel contesto la gratitudine verso la cugina che mi fece ascoltare dal vivo questo gruppo immenso, si scontrò con la sua tristezza. Quindi, sperando in una nuova occasione concertistica, non ne parlammo molto e l’argomento fu presto archiviato.

Nel 2014 i Pearl Jam suonarono a San Siro e, probabilmente, fui la seconda persona in Italia ad acquistare il biglietto per me e la cugina. Entusiasmo alle stelle, una preparazione pre-concerto che durò settimane, organizzazione degli impegni vari in base alla data dell’evento.

Poi niente.

Poi non andammo.

Poi rimanemmo al palo all’ultimo minuto.

Poi le circostanze, e sopratutto la sfiga, ci remarono contro.

La delusione fu grande e l’argomento diventò tabù….ed io, fino ad oggi, ho conservato quel biglietto intatto.

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Quando i Pearl Jam annunciarono le date del tour italiano 2018 fu panico vero.

Comprammo i biglietti con addosso un carico di ansia non indifferente e, per scaramanzia, decidemmo di mantenere un profilo bassissimo. Sporadici commenti sul concerto fatti con un filo di voce, con la sensazione costante che la sfiga fosse dietro di noi, appostata sulla spalla e pronta a palesarsi nel momento meno opportuno….e sembrava che la sfiga avesse la meglio anche a stò giro quando Eddie, per problemi di voce, ha annullato la data londinese.

Viaggio in macchina Bologna-Padova parlando di tutto tranne che del concerto, fissando ora il traffico, ora l’orologio, ora le previsioni meteo che portavano pioggia dalle 21:00 in poi. Sperando che alla fine tutto andasse per il verso giusto.

Respiriamo sollevate solo alle 21:00 precise quando loro escono sul palco e, alle prime note di Pendulum, capiamo che tutto andrà bene, che Eddie è in gran forma e che sarà un grande concerto.

E un pensiero mi passa per la testa – forse un po’ aggressivo dato che ora risuonano le dolci melodie di Low Light – ed è “Vaffanculo. Vaffanculo a tutti, sfiga compresa. E domani la sveglia suonerà di nuovo e io rimetterò addosso l’armatura per affrontare le piccole e grandi battaglie del mio quotidiano…ma stasera no. Stasera me la godo. Stasera è la mia serata”.

Mia e dei 45.000 che riempiono lo Stadio Euganeo e che si beano di questo gruppo che, proprio ieri a Padova, ha tagliato il traguardo delle 20 esibizioni dal vivo in Italia.

E’ tutto un alternarsi di grandi pezzi rock: Do the Evolution, Animal, Not for You ed una Even Flow da brividi con Mike McCready che suona un tiratissimo assolo con la chitarra dietro la testa. Ed io ho le mani nei capelli e penso:“Che mostro”.

Dopo la doppietta Spin the Black Cirles e Porch io sono già senza fiato mentre loro sembrano quelli del PinkPop del 1992, magari con qualche acuto in meno e, fortunatamente, senza nessuna scalata alla struttura del palco…ma la grinta è la stessa.

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Il primo bis si apre con Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town e poi partono i cori del pubblico su Better Man, Crazy Mary, Rearviewmirror.

Io stò li che canto con le braccia alzate e i palmi delle mani bene aperti perchè voglio assorbire tutto come una spugna, non voglio perdermi nulla: nessun nota, nessun applauso, nessun “tururuttuturutu” sul finale di Black.


Sembra una grande, gigantesca serata tra amici in cui Eddie ribadisce le sue posizioni verso la politica di Trump, ci racconta della sua stramba vacanza a Venezia del 2010, ci mostra la foto di una bambina appena nata – Eleonora, figlia di uno dei fondatori del suo fan club italiano – e la saluta e le augura “buona vita”. Ed io prego che da grande Eleonora non ascolti la Trap perché sarebbe un grave affronto a questo momento.

Il secondo bis si apre con Smile (pezzo che io amo) e prosegue con Alive, una cover di Baba O’Riley e una magnifica e delicatissima Indifference suonata con le luci dello Stadio drammaticamente accese (ma perchè??)

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Il concerto finisce dopo 2 ore e 45 minuti in cui loro hanno dato tutto.

E anche noi.

Cuore, soprattutto.

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