Ti porto ad un concerto ma tienilo segreto.

Kain Malcovich è tante cose.

E’ un grafico (questo il suo sito, dateci un’occhiata che ne vale la pena www.kainmalcovich.com)

Ma è anche un musicista, un fumettista, uno scrittore, un osservatore.

E’ stato uno speaker della Web Radio in cui militavo anche io ed è lì che ci siamo conosciuti. La passione per la musica ci ha tenuti in contatto e per questo mi è venuto naturale chiedergli di  scrivere un pezzo per la rubrica “Il concerto raccontato”.

Lui mi ha regalato un racconto delicato e personale fatto di passaparola, ricordi, concerti segreti e libertà, che parte da Venezia e arriva a Bologna.

E’ bellissimo, godetevelo,

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Ti porto ad un concerto ma tienilo segreto.

About: party rock, punk, secret, speakeasy, sui battelli, sui balconi and more.

2007. Scalette di San Petronio, Bologna.

Io e Mister C ci siamo incontrati per la prima volta dal vivo e parlavamo seduti.

– E poi c’era la festa segreta del ‘700 spinto

– Ovvero? – chiesi al mio amico Mister C, un giornalista il cui lavoro era quello di essere inviato in tutte le feste che facessero trend – dalle più “punk” a quelle più sontuose – per poterle recensire. Era un esperto per professione. Scrivevamo insieme per una rivista, o meglio, lui scriveva articoli e io disegnavo strisce mensili. All’epoca non conoscevamo i nostri veri nomi e le nostre vere identità, ci chiamavamo con i nostri soprannomi. Anche dal vivo. Un po’ come i super eroi. Io ero Kain Malcovich – e lo sono tutt’ora. Una sorta di Avengers dei party musicali.

Torniamo alla nostra discussione della “festa del ‘700 spinto”.

– Ovvero bisogna andare vestiti con abiti del ‘700 ammiccanti. Ma c’è una regola per accedervi: devi andare in quel bar, farti consegnare un fischetto e lasciare la tua mail. Dopo di che ti scriveranno dove presentarti; dopo che avrai bussato dovrai usare il fischietto come parola d’ordine.

Non andai mai purtroppo a questa festa leggendaria poiché non seppi più la data – meno male del resto perché non avevo vestiti settecenteschi spinti nel guardaroba – ma recuperai con un’altra segnalata sempre da Mister C a cui divenni affezionato e frequentatore per ben 5 anni di fila: lo storico Guilty Boat Party Cruise che ogni anno si teneva a Venezia, in seguito scovato dalla rivista Vogue. Si trattava di un battello di due piani su cui salivano gli iscritti (tramite sito) e per circa 4 ore vagavano in laguna mentre dei gruppi punk, rockabilly e dei DJ internazionali suonavano. La sensazione di lasciare terra e restare in un battello con la musica live, delle lattine di birra in mano e altra gente che aveva intenzione solo di divertirsi era quanto più a 27 anni si potesse avvicinare al mio concetto di libertà. Era per me il vero Capodanno, seppure si svolgesse a Maggio o a Settembre.

Il battello del Guilty Boat Party Cruise, Venezia
Il battello del Guilty Boat Party Cruise, Venezia

5 anni dopo però il Guilty Boat Party Cruise chiuse i battenti. Ricordo che l’ultimo concerto che vidi fu di Jack Oblivian da Memphis; io e lui ci scambiammo un paio di battute prima del suo live per il fatto che avevamo un look involontariamente simile: “Bel cappello, amico”. Fu un gran bel concerto. Ricordo che quella sera il battello costeggiò un’isoletta nella laguna che era stata noleggiata da un sultano per il compleanno della figlia; decise di “noleggiare” anche Shakira in persona per l’occasione che sentivamo da lontano. Così, mentre la famiglia del sultano andava giù di testa a colpi di ventre e ululati della bionda, noi gli davamo dentro con il buon vecchio Jack da Memphis nel nostro battello che man mano si allontanava da quell’isola mainstream.

Attesi l’anno dopo la nuova edizione. Ricordo che promisi alla mia compagna dell’epoca di portarla con me; le mostrai il trailer e lei andò giù di testa: “Amore, se non si dovesse fare ti lascio”, mi disse. Be’, così andò.

Uno degli organizzatori da quello che so si trasferì a Milano e lavorò alla sua band, gli Squadra Omega. Il rock aveva chiamato un suo figlio lasciando però i festeggiati annegare nella voglia di altre feste dello stesso livello: libere, inusuali, ricercate: rock.

Grazie al Guilty avevo riscoperto la musica non più come uno spettatore in un locale ma in luoghi inusuali, senza essere influenzato direttamente dai media. Dal vivo anche in luoghi inusuali se un gruppo spaccava, spaccava. Era la prova.

Nel 2009/2010 iniziai a sentir parlare dei primi secret concert a Bologna in appartamenti. Ero orfano del Guilty (e secondo le promesse quindi anche single) e assetato di altre situazioni live che potessero avvicinarsi a quel senso di libertà che provavo. Credo che il primo che vidi in questa “formula appartamento” fu dei L’ora dell’Onironauta – progetto da cui i componenti sarebbero sfociati negli attuali Lame da Barba e sopratutto, per quanto riguarda lo spirito del progetto originale, Megale.

Mi colpì il fatto che come attrezzatura di amplificazione usavano un Bose: praticamente un impianto stereo dove attaccavano gli strumenti. Soluzione intelligente per dei live da eseguire difatti in salottini privati: cosa c’è di meglio di un ottimo stereo tarato apposta per piccoli ambienti chiusi?

I secret concert si svolgevano per lo più in appartamenti privati, a numero ristretto e in orari inusuali per dei live ovvero condominiali: dalle 7 alle 9 di sera o addirittura la domenica pomeriggio accompagnati da del thè e dalle crostate fatte in casa. Se tutto questo vi sembrerà poco rock come mood vi sbagliate. Era un qualcosa di ribelle dagli usuali orari dello stesso rock. Il modo per accedervi era sempre per passaparola e spedizione invito via mail. Siamo lontani dal fischietto del ‘700 spinto, lo so, ma credo che tutto questo appartenga in qualche modo alla stessa famiglia: quella che ha voglia di raccogliersi, ascoltare, condividere e…accogliere gli artisti stessi, cosa per niente scontata, sopratutto se sconosciuti.

Passarono ancora gli anni e mi è capitato di partecipare a diverse situazioni simili.

I locali Speakeasy ad esempio con parola d’ordine per entrare (già, come il fischietto) come il John Wesley Hardin o in qualche modo il Margot, sempre a Bologna.

Il primo era (perché ha chiuso…) di tendenza jazz ma anche unplugged; lì vidi ad esempio un live delle Paolo doesn’t play with us, una sorta di Kings of convenience al femminile ma anche tanto altro di più per quanto riguarda possibili influenze, e questo lo dico per chi ama il genere, dato che sono tutt’ora più che attive. Il Margot invece, per quel che mi riguarda, fu ed è teatro di live veramente inusuali e inaspettati; ricordo ancora di quella volta in cui il gestore da dietro il bancone tirò fuori improvvisamente un basso già attaccato e accompagnò un cantore che si aggirava per il locale. Tempo dopo quel matto di Karpa Koi stava presentando il sunonostante lo spazio ristretto e affollato.

Era fascinoso rendere i luoghi “segreti” per ascoltare la musica, era come godere di nascosto della radio sotto le coperte senza farsi sentire dai genitori.

Arriviamo a fine 2018.

Ho 11 anni di più rispetto a quel 2007, sono il più vecchio o tra i più vecchi nel pubblico: peli bianchi nella barba. Come è potuto accadere? Dopo 11 anni sto cercando ancora quel senso di libertà nella musica? Forse sì; ritengo che chi sta affermando che il rock è morto sbagli perché il rock è il suono della rabbia, del “facciamolo”. Se non ci fossero più questi sentimenti allora non ci sarebbe più il rock. Mi direte: “ora c’è il RAP, la Trap” ma sapete bene che non possono essere la soundtrack di una ribelle rivoluzione interiore. Non hanno quella ruvidezza su cui puoi accendere un fiammifero nel buio di un garage.

Adesso quando vado a un secret concert sono circondato da ragazzini che talvolta, quando li vedo in fase di corteggiamento, mi fanno tenerezza; in genere guardo lui e penso: “Avanti, ragazzo, cosa stai aspettando? Guarda che occhioni dolci che ha sopra quel pull over. Baciala, e i bagni sono di là, cercatevi, frugatevi”. Merda, sembro uno zio.

Diverse associazioni hanno creato le filiali locali di organizzazioni addirittura mondiali di live, prendete ad esempio SoFar Sound. Di recente sono stato a una serata SoFar Bologna, così come esistono i Sofar Milano, London, Boston.

Ora, non posso dirvi chi andai ad ascoltare; il concerto era così secret che non sapevo neppure chi cavolo suonava. Però andai.

Insomma, la musica è per strada. La musica è ancora avventura. La musica è ancora ricerca. La musica è ancora ciò che non ancora conosci.

La musica è ancora libertà.

E la tua libertà è sempre in tour.

Listen without prejudice.

Prendi il pullman e via / tutto il resto è già poesia”

P. Conte

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